Qualità delle cure nel Lazio: segnali incoraggianti per i cittadini

“Piccoli grandi passi per migliorare la qualità delle cure nel Lazio. E’ quello che emerge dagli ultimi risultati di PreValE, il programma nato per valutare gli esiti degli interventi sanitari nella Regione. Certo, c’è ancora tanto da fare, in particolare per aumentare l’equità nell’accesso alle cure, ma i segnali per i cittadini sono molto incoraggianti”. A parlare è Teresa Petrangolini, consigliere regionale del Lazio e componente della Commissione Salute e Politiche sociali.

 

“I fatti positivi più importanti riguardano soprattutto alcuni indicatori. Per esempio – spiega Petrangolini –  gli interventi per la frattura del femore entro le 48 ore sono progressivamente aumentati, nel periodo 2012-2016, dal 31% al 53%. In pratica, circa 2500 persone in più negli ultimi 4 anni hanno avuto l’intervento nei tempi raccomandati dalle prove scientifiche, con importanti effetti in termini di recupero funzionale, durata del dolore e rischio di complicanze”.

 

“Una buona notizia – continua Petrangolini – è il calo del numero dei parti cesarei, pari al 27% del totale, in ulteriore lieve riduzione rispetto al 2015 (quando incidevano per il 28%). Se confrontato con il dato nazionale tale valore, però, risulta ancora superiore alle attese. Sempre positivo, con riguardo agli infarti, l’aumento della proporzione di angioplastica eseguita entro 90 minuti dall’accesso: a partire dal 2012 è passata, infatti, dal 30% al 47% del 2016, in lieve aumento rispetto al 2015 (46%)”.

 

“Questi dati uniti ad altri – continua Petrangolini – ci permettono di affermare che la qualità delle cure nel Lazio sta crescendo. Ovviamente, c’è ancora tanto da fare, specie per garantire l’equità dell’accesso a tutti i cittadini. Al di là dei miglioramenti che si registrano anche in questo ambito, serve mantenere l’impegno del servizio sanitario regionale per eliminare sempre più le differenze dovute a fattori sociali, economici e territoriali o al diverso funzionamento delle strutture”.

Negoziati Onu: i Consigli Regionali per il disarmo

Pubblichiamo di seguito l’ordine del giorno con cui la Conferenza dei presidenti di Regione invita le Regioni stesse ad aderire e promuovere la campagna “Senzatomica. Trasformare lo spirito umano per un mondo libero dalle armi nucleari”, stimolando il Ministero degli Affari Esteri ad avviare le trattative per l’elaborazione del testo definitivo della Convenzione sull’Abolizione delle armi nucleari.

ORDINE DEL GIORNO

 

La Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative delle Regioni e delle Province autonome, riunita a Roma il 9 giugno 2017

 

VALUTATO che a distanza di 66 anni dalla tragedia causata dal lancio dei primi ordigni nucleari su Hiroshima e Nagasaki, la minaccia delle armi nucleari non appartiene solo al passato, ma rappresenta un drammatico pericolo anche ai giorni nostri;

RILEVATO che ad oggi si stima siano circa 20.000 le armi atomiche disseminate sul nostro pianeta in grado di cancellare dalla terra ogni forma di vita;

CONSIDERATO che l’ipotesi del disarmo nucleare (cd. “nuclear zero”) è stata autorevolmente riproposta negli ultimi anni sia da parte di molti Governi, sia da parte di associazioni e gruppi di cittadini comuni, che hanno così dato un forte impulso al movimento per il disarmo nucleare;

TENUTO CONTO che dal 5 febbraio 2011, a seguito della ratifica da parte dei Parlamenti di USA e Russia, è entrato in vigore il nuovo accordo START 2, che costituisce il più importante patto sul disarmo nucleare tra le due principali potenze al mondo e con il quale le stesse si sono impegnate a ridurre da 2200 a 1550 il numero di testate nucleari strategiche collocate all’interno dei loro territori;

PRESO ATTO che il movimento internazionale per l’abolizione delle armi nucleari ha promosso diverse campagne – tra cui si ricordano “ICAN. International Campaign to Abolish Nuclear Weapons” proposta da IPPNW (Internazionale Medici per la Prevenzione della Guerra Nucleare) e “The Peoples’s Decade for Nuclear Abolition” avviata dalla Soka Gakkai International – finalizzate all’adozione della Convenzione per l’abolizione delle armi nucleari presentata nel gennaio 2008 durante la 72° sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite; preso atto che, sulla scorta delle summenzionate operazioni internazionali, a partire dal 2011 nel nostro Paese è stata lanciata la campagna “Senzatomica. Trasformare lo spirito umano per un mondo libero dalle armi nucleari”, promossa dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai in collaborazione con PNND (Organizzazione dei Parlamentari per il Disarmo Nucleare), IPPNW (International Physicians for the Preventionof Nuclear War), l’Istituto di Ricerca Internazionale Archivio Disarmo, il World Summit of Nobel Peace Laureates, Pugwash (Conferences on Science and World Affairs), l’USPID (Unione Scienziati per il Disarmo), la Comunità di Sant’Egidio e Mayors for Peace;

CONSIDERATO che l’obiettivo di tale Campagna è quello di sensibilizzare e risvegliare la coscienza collettiva sui pericoli connessi all’utilizzo delle armi nucleari, attraverso la promozione di centinaia di iniziative su tutto il territorio nazionale;

VISTA la mozione avente ad oggetto: “Adesione alla campagna «SENZATOMICA» per una convenzione per l’abolizione delle armi nucleari”, presentata dal Consiglio regionale del Lazio ed approvata dallo stesso in data 18.2.2015;

VISTA la richiesta presentata in data 26.5.2017 dal Presidente del Consiglio regionale del Lazio, relativa all’approvazione da parte della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee Legislative Regionali e delle Province autonome di una mozione da presentare al Governo della Repubblica, al fine di promuovere, sia a livello nazionale che internazionale, delle azioni ufficiali atte a garantire il diritto ad un mondo libero dalle armi nucleari;

INVITA LE REGIONI AD IMPEGNARSI

– ad aderire alla campagna “Senzatomica. Trasformare lo spirito umano per un mondo libero dalle armi nucleari”, che ha lo scopo di informare, sensibilizzare e dare voce alle persone rispetto all’urgenza di un mondo libero dalle armi nucleari;

– a promuovere iniziative di sensibilizzazione per la messa al bando delle armi nucleari in grado di risvegliare la coscienza collettiva sui rischi connessi alluso di queste armi; – ad adoperarsi presso il Presidente della Repubblica, il Governo, il Parlamento ed il Ministero degli Affari Esteri affinché traducano in azioni ufficiali credibili e concrete, da intraprendere tanto a livello nazionale che internazionale, il diritto ad un mondo libero dalle armi nucleari;

– a richiedere, in particolare, al Ministero degli Affari Esteri ed al Ministero della Difesa di farsi promotori in sede internazionale, nell’ambito delle rispettive specifiche competenze, dell’immediato avvio delle trattative per l’elaborazione del testo definitivo della Convenzione sull’Abolizione delle armi nucleari.

Casa Iride: la buona Sanità dei nuovi modelli sociali

“Noi siamo stati fortunati a entrare a Casa Iride, perché solo così abbiamo potuto goderci nostro figlio”.

“Finalmente ho avuto la possibilità di fare una pausa e prendere qualche giorno di vacanza: ho ritrovato mia figlia, al ritorno, ancora più bella di come l’avevo lasciata”.

Parlano il papà e la mamma di due ospiti di Casa Iride, il centro – unico nel suo genere in Italia – che offre riparo e assistenza socio-sanitaria a persone in stato vegetativo o di coscienza minima.

L’occasione ufficiale è la ricorrenza, celebrata alla Camera dei deputati, dei vent’anni di attività dell’associazione “Risveglio. Questa Onlus ha avviato, nel 2008, il progetto sperimentale di Casa Iride e, quattro anni prima, un Centro diurno per la riabilitazione integrata – Centro Adelphi – voluto anche dall’Asl Roma/E e proprio dedicato a persone con postumi da GCA (gravi cerebro lesioni acquisite) che convivono con un livello molto elevato di disabilità.

Spesso si sottovalutano la rilevanza e l’impatto che queste forme di disabilità estrema hanno sul sistema sanitario, sociale ed economico. Un peso che deve assolutamente diventare un’opportunità per le istituzioni e per la collettività: di cercare nuovi modelli di continuità assistenziale, di concepire nuove realtà domiciliari collettive. Proprio come Casa Iride.

Qui i familiari di questi pazienti speciali, condividono l’ambiente con persone che vivono la loro stessa esperienza e imparano un metodo per assistere i propri cari, continuando a conservare il posto di lavoro e ritmi di vita “normali”.

Casa Iride si fa davvero casa per queste famiglie: garantisce assistenza sociale, rispetta i principi di equità sociale, “organizza” la solidarietà nei confronti delle famiglie, è improntata ai principi di appropriatezza ed efficienza, limita i costi dell’assistenza sociale e garantisce la continuità del flusso del percorso sanitario

Lo è grazie a un’idea innovativa di “assisted living” – nato come programma di ricerca europeo sulle tecnologie innovative di assistenza agli anziani in ambiente domestico – e declinato per persone che hanno subìto un danno cerebrale tale da alterarne lo stato di coscienza, che sono in una condizione di coma, oppure hanno riportato menomazioni  complesse a livello sensoriale, motorio e cognitivo.

I familiari di queste persone, dunque, hanno due strade innanzi a loro: riportarle a casa oppure optare per una struttura sanitaria non attrezzata. Entrambe inadeguate: perché lo “stato vegetativo” è una condizione clinica che interessa a 360 gradi l’aspetto motorio, quello psichico e cognitivo, l’aspetto comportamentali. E il rientro a domicilio di una persona con postumi da GCA, diventa per i familiari un momento di grossa responsabilità, generando sentimenti di inadeguatezza e di paura.

Purtroppo non esistono – in tema di GCA – risposte omogenee su scala nazionale né si è scelto di adottare un approccio sistematico: in alcune regioni ci sono progetti pilota per la creazione di centri di accoglienza, in altre ci si è limitati a piani regionali sanitari, senza attivare strutture ad hoc.

Ma la complessità di questo problema sociale può essere risolta solo con misure e interventi strutturali e strutturati nel tempo: in questo senso, Casa Iride rappresenta una soluzione sociale a questo problema e, in quanto tale, ne andrebbe “codificato” e brevettato il modello di cohousing, particolare tipo di coabitazione, solidale e sostenibile.

Un modello che – applicato virtuosamente – riesce a coniugare soggetti privati ed enti pubblici, anche grazie alla collaborazione delle associazioni di volontariato.

 

La Valigia di salvataggio: Regione Lazio e Salvamamme insieme per difendere le donne

“Ancora una volta la Regione Lazio in prima fila per proteggere le donne dalla violenza. Con il sostegno al progetto Valigia di Salvataggio e la collaborazione con l’associazione Salvamme, la Giunta Zingaretti conferma l’impegno di questi anni”. A parlare è Teresa Petrangolini, consigliere regionale del Lazio e componente della Commissione Politiche sociali e salute.

 

“Il progetto che oggi rilanciamo grazie a Salvamamme – spiega Petrangolini –  vuole essere un aiuto concreto a quelle donne fuggite dalla violenza del compagno, marito, partner o vittime di stalking. Parliamo di donne vittime di aggressioni, che per scappare non hanno avuto nemmeno il tempo di prendere le loro cose personali, che magari sono accampate fortunosamente da parenti o sono degenti in ospedale, costrette poi a rientrare in casa per recuperare le proprie cose dove rischiano perfino la vita. Proprio per evitare questo, nella Valigia di Salvataggio possono trovare prodotti per l’igiene personale, qualche capo di biancheria, di vestiario o un paio di scarpe. A tutte queste donne, e ai loro figli, viene offerto un piccolo ma accurato guardaroba, insieme alle informazioni fondamentali salvavita”.

 

“Dall’aprile 2014 a maggio 2017 sono state consegnate 584 valigie e ‘valigine’ di salvataggio a donne vittima di violenza e ai loro bambini. Salvamamme ha fornito direttamente 228 valigie, altre 135 valigie sono state affidate ai servizi sociali dei diversi municipi di Roma, mentre 221 ‘valigine’, comprensive di giocattoli per i più piccoli, sono state date ai minori da 0 a 18 anni. Sono numeri importanti che spiegano quanto sia necessario che la Regione accompagni questo prezioso contributo con le proprie risorse econom iche, tecniche e amministrative”.

 

“Il Lazio – conclude Petrangolini – ha attuato una strategia complessiva. In primo luogo, l’approvazione di una legge per contrastare la violenza di genere nel 2014, poi l’insediamento di una Cabina di regia per l’attuazione della legge nel 2015, l’approvazione di linee guida per la rete dei centri antiviolenza e delle case rifugio e l’investimento di 10 milioni di euro per la realizzazione di progetti di prevenzione, di assistenza e di presidio del territorio. In questo quadro il sostegno alla Valigia di Salvataggio è cruciale per garantire alle donne un primo supporto materiale, psicologico e legale”.

 

Codice Rosa: il protocollo che aiuta le donne a uscire dalla violenza

Il costo sociale della violenza alle donne a carico dell’Erario – e dunque a carico di tutti noi –  in termini sia di costi sanitari, socio-assistenziali e giudiziari, è di circa 17 miliardi di euro annui.

Una cifra pesantissima che indica quanto il fenomeno della violenza sulle donne abbia raggiunto, ormai, livelli inaccettabili per una società civile. Solo un procedimento protetto che veda tutte le istituzioni collaborare tra loro e abbia le donne stesse come protagoniste del proprio riscatto, è realmente efficace al fine di assicurare una maggiore denunciabilità e ottenere specifiche cure sia fisiche che psicologiche.

Percorsi dedicati, dunque.

A fare da apripista è la Toscana che, nel 2010, con un progetto pilota – nato presso il Pronto Soccorso della Usl 9 di Grosseto –  affiancava ai tradizionali codici di gravità , il codice rosa. Un codice virtuale che identificava  il percorso di accesso al PS, riservato a tutte le vittime di violenza: donne, minori e persone discriminate. Ideatrice del progetto è Vittoria Doretti, giovane medico senese diventata poi la responsabile della task force toscana dedicata alla violenza di genere.

Anche nel Lazio, il servizio esclusivamente dedicato alla violenza contro le donne, nasce prima della stessa Legge Regionale n.4 del 19 marzo 2014 contenente una serie di disposizioni “per il contrasto della violenza contro le donne”. E prende il via, nel 2009, presso il pronto soccorso del San Camillo Forlanini, con un finanziamento dello stesso Ospedale che ne consente l’operatività H.24. L’associazione – oggi cooperativa sociale – che lo attiva è Befree ancora oggi presente all’interno dell’ospedale nel quartiere Gianicolense.

“Le donne possono accedere allo spazio dove lavoriamo da anni”, racconta Oria Gargano presidente di Befree, “o attraverso la sala d’aspetto (dove in genere però è presente anche la persona –  quasi sempre il partner – da cui subisce violenza, oppure dal triage, dove il personale è stato formato proprio per gestire al meglio” il così detto “percorso rosa” che annualmente riesce a coinvolgere circa 400 donne l’anno.

Percorso che consiste in una vera presa in carico e che prevede il sostegno psicologico, quello psicosociale e la consulenza e l’assistenza legale.

“La direzione generale del Forlanini ha formalizzato due protocolli aziendali: uno per la violenza sessuale e l’altro per quella di genere. Entrambi i percorsi hanno come centrale il servizio di Befree: questo è molto importante perché è la messa a punto di una pratica, una metodologia spiegata parola per parola. E soprattutto, è ormai diventato un sistema così perfettamente funzionante che, direttamente dal triage, i casi di donne potenziali vittime di violenza passano allo Sportello donna, come si chiama lo sportello gestito da Befree”. Nome volutamente anodino, spiega Gargano, proprio per “includere il più possibile le donne e non intimorirle”.

“Ogni sera, facciamo una verifica con gli operatori del triage: che gli invii siano stati corretti, che tutte le donne che sono passate da lì, abbiano avuto realmente la possibilità di accedere allo sportello: fondamentale è il follow up che ci aiuta a valutare e dunque a migliorare il servizio da parte delle nostre operatrici”.

“Dal 2009 al 2011 abbiamo goduto di questo finanziamento a carico dell’azienda ospedaliera, poi  – con la Giunta Polverini e il cambio di guardia al vertice del Forlanini, si sono interrotti. Grazie a due bandi del Dipartimento Pari Opportunità, abbiamo goduto di altro ossigeno, fino al 2013. Attualmente siamo finanziati esclusivamente da una Fondazione privata,  We World” che consente al servizio di operare 12 ore al giorno, tutti i giorni, e non più H.24.

Eppure la Convenzione di Istanbul dice cose molte chiare in proposito. Intanto, parla delle famose “P” obbligatorie per affrontare il fenomeno –  Prevenzione, Professione, Punizione  –  ma introduce soprattutto il concetto della “due diligence” a carico dello Stato. Per questa ragione, sarebbe auspicabile che un servizio del genere abbia anche uno spessore istituzionale.

Oria Gargano ha fato parte per otto anni – il massimo consentito – dell’Observatory on Violence against Women dell’European Women’s Lobby, a Bruxelles: “Un’esperienza bellissima”, dice, “che spero di continuare in futuro. Tra tutte le referenti dei diversi paesi con cui ho potuto confrontarmi, nessuna vantava un servizio strutturato così,  come lo abbiamo definito noi al Forlanini, con due protocolli diversi a cui è possibile accedere”.

“Una percentuale – seppur minoritaria – delle donne che si rivolgono a noi, sono donne migranti. Lavoriamo con le migranti rinchiuse al C.I.E. di Ponte Galeria dal 2008, e gestiamo una Casa Rifugio per donne trafficate. Dunque, abbiamo tutto quello che ci serve: mediatrici nelle più svariate lingue e anche competenza per la regolarizzazione sul territorio italiano (art. 18 del ddl 286/1998 per il permesso di soggiorno per persone trafficate, art 18 bis introdotto nel decreto sul femminicidio del 2013, percorsi di richiesta di protezione internazionale…).

Anche al Policlinico Umberto I è attivo il servizio “Soccorso Emergenza Codice Rosa”rivolto anche ai minorie operativo presso il Pronto Soccorso Centrale, Ginecologico e Pediatrico, dove – una volta accolta e valutata, la paziente o il minore sono inseriti all’interno di un percorso specifico per le proprie necessità. Lì, in in sede di prima valutazione, si decide se coinvolgere subito l’operatrice dedicata dell’associazione ” Differenza Donna” che opera in collaborazione con l’ospedale.