Referendum Bologna: se fossi lì voterei a favore della sussidiarietà

Domenica prossima si svolge a Bologna un referendum consultivo sul mantenimento o meno di una convenzione tra Comune e scuole dell’infanzia paritarie per la somma di 1 milione di euro l’anno. Sono sempre meritorie le iniziative dei cittadini attivi che si mobilitano per farsi sentire di fronte a scelte che riguardano la loro vita. Fare un referendum, anche se dovremmo usare un po’ più di informatica per evitare di farli costare uno sproposito, è un modo per partecipare ai processi decisionali corretto e democratico e bene hanno fatto i promotori del Comitato Articolo 33 a raccogliere le firme.

Detto questo non sono però d’accordo con la loro battaglia contro la cosiddetta privatizzazione degli asili perché mi sembra ideologica e fuorviante, senza contare il fatto che anche di fronte ad una vittoria i soldi risparmiati non saranno né sufficienti per coprire i posti “abbandonati” dai privati, né utilizzabili per assumere personale. Certo non ci si sarebbe trovati di fronte a questo quesito se ci fossero fondi pubblici a sufficienza per rafforzare le scuole statali, che a Bologna sono particolarmente carenti. Ma questa – la scelta di non sostenere il sistema scolastico nel suo complesso – è una politica nazionale scellerata, che il referendum non scalfisce affatto.

La posizione da cui parlo è quella di un leader civico con un lungo impegno in Cittadinanzattiva, che ha sudato le sette camicie assieme a molti altri cittadini e associazioni per ottenere l’approvazione dell’art.118, u.c.,della Costituzione Italiana che garantisce il principio della sussidiarietà orizzontale. In sostanza l’articolo riconosce ai cittadini, singoli e associati, la possibilità di concorrere all’interesse generale svolgendo attività utili alla collettività e invita le istituzioni pubbliche a sostenerle e favorirle. Ed è a partire da questa esperienza che non mi sento di condividere la proposta dei referendari di togliere la convenzione del Comune alle scuole paritarie per tre ordini di motivi.

  1. Pubblico non è necessariamente statale. L’identificazione tra l’uno e l’altro non è più automatica. Non sempre ciò che è statale persegue interessi pubblici, basti pensare all’occupazione dello Stato da parte dei partiti, delle correnti e delle lobby, con la trasformazione di ciò che era di tutti in un terreno di interessi privati e corporativi. Fortunatamente non sempre è così, ma siamo ben lontani dal quel concetto anglosassone di “public” che non è collegato ad una proprietà ma a una funzione collegata al pubblico, inteso come persone fisiche. Ciò significa che un servizio può essere di pubblico interesse senza essere statale o di proprietà comunale! L’importante è che svolga un ruolo che rientra tra i valori irrinunciabili per la collettività. Cosa può esserlo di più di un asilo in cui far crescere i bambini?.
  2. L’azione di un gruppo che dà vita ad un servizio di pubblica utilità, rispettando criteri e standard di qualità e sottoponendosi al controllo di una pubblica autorità, è da favorire e non da combattere, in quanto espressione di sussidiarietà orizzontale. In Italia non ci sarebbero le politiche sociali e il sostegno ai soggetti fragili senza il privato sociale, non ci sarebbe tutela del territorio senza il supporto dell’associazionismo ambientalistico, non ci sarebbero programmi sulle politiche giovanili senza cooperative e soggetti non profit impegnati nel settore. Lo stesso avviene nelle politiche culturali e nei servizi museali o nella sanità. Il problema è semmai garantire trasparenza e non favoritismi nelle scelte e nelle assegnazione dei servizi, controlli di qualità, rendicontazione delle attività, mantenimento di forti livelli di responsabilità pubblica. L’integrazione nei servizi non significa né sostituzione né venir meno del ruolo dei soggetti pubblici, che devono imparare a gestire meno e a programmare e controllare di più.
  3. Non è secondario il rapporto costi benefici. Quanto detto sopra potrebbe essere pura teoria se non ci si confronta con i risultati da portare a casa. In questo caso 1700 bambini in più con una scuola da poter frequentare, fermo restando che il Comune già assicura il 61% della copertura a cui si aggiunge il 17% degli asili statali. Sottovalutare la questione della sostenibilità è un errore perché per salvare un principio ci si condanna all’insuccesso. I tagli ai Comuni, le norme rigide del patto di stabilità, unite alla “ingessatura” e quindi ai costi del sistema pubblico, rendono difficili soluzioni che non attingano anche al privato per garantire ad un territorio, a parità di qualità, l’accoglienza e la cura dei bambini. Anche un po’ di sano realismo non guasta.

Ritengo comunque che il referendum rappresenti una occasione, anche per altre città e amministrazioni regionali e locali, per affrontare la questione del rapporto pubblico/privato nella gestione dei servizi, per capire che cosa significa integrazione e come valorizzare l’apporto e il sostegno ai servizi della cittadinanza attiva organizzata, oggi per aprire un asilo, domani per garantire assistenza agli anziani soli, dopodomani per promuovere centri antiviolenza per le donne. Ragionando, analizzando i dati, valutando le esperienze, studiando le alternative, confrontandosi con il pubblico, come dovrebbe fare ogni bravo amministratore pubblico.

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